Il vaccino della globalizzazione

E’ il caso, ovviamente, del turismo, ma anche di alcune attività agroalimentari, di molte partite Iva, che non godono di alcuna forma di protezione e più in generale dei servizi: non si possono immagazzinare e vendere in futuro le giornate di lavoro dei barman, delle manicure o dei dentisti. Per i più giovani, per chi oggi si affaccia sul mercato del lavoro, la situazione è particolarmente pericolosa, dal momento che l’impressione è quella di una devastazione di opportunità. Tradizionalmente, il “piccolo” è resiliente: una trattoria chiude oggi ma gli stessi fattori produttivi possono riorganizzarsi in un’altra trattoria, appena il tempo volga al bello. Se non fosse che la vita dei “piccoli” è complicata da adempimenti e obblighi di ogni tipo. E’ proprio in questo caso che ci si aspetta che lo stato svolga un ruolo da cuscinetto. Ma ciò presuppone uno sforzo di adattamento a un mondo che cambia: per esempio, facilitare l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali, non ostacolare il fallimento di quelle inefficienti e sostenere i lavoratori durante le loro transizioni professionali. Purtroppo, la politica italiana ha preferito difendere sistematicamente lo status quo, anche facendo un uso generoso della leva fiscale: in tal modo ha rallentato i processi di aggiustamento strutturale, e si è privata dello spazio fiscale che servirebbe proprio in una situazione come quella odierna. Ma, soprattutto, ha anestetizzato il dinamismo imprenditoriale. Del quale avremo tremendamente bisogno, quando l’emergenza sarà finita e dovremo provare a ricostruire il nostro benessere.
Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro
Istituto Bruno Leoni
Storia della quarantena e del controllo sociale delle epidemie
Le epidemie hanno svolto funzioni determinanti nel processo di costruzione dello stato moderno e delle politiche pubbliche. La moderna burocrazia nasceva in primo luogo con lo scopo di esercitare un controllo sociale delle persone nel contesto dei rischi epidemici: in Europa tutti i paesi si spaventano con l’arrivo della Peste Nera, che nell’ambito della pandemia si manifestò a ondate successive e in luoghi diversi fino alla scomparsa dall’Europa nel Settecento. Dopo che nel 1377 fu inventata a Ragusa la quarantena (all’inizio erano trenta giorni o trentino), per impedire che le navi in arrivo sbarcassero la peste, nei secoli successivi questa procedura fu adottata da diverse città e, in particolare nel Seicento, si affermarono magistrature dedicate a raccogliere informazioni da utilizzare per vietare o per regolare i movimenti delle persone, con livelli crescenti di invadenza nelle libertà personali ed economiche.
Le politiche di restrizione o quarantene si basavano sull’idea che la trasmissione delle malattie epidemiche avvenisse per contatto di un sano con malati o con oggetti toccati da malati. Una teoria che aveva una base magica per il tempo, e non era accettata dalla maggioranza della comunità medica, che preferiva qualche versione della teoria miasmatica, cioè l’attribuzione causale a fattori costitutivi dell’ambiente climatico o idrico-tellurico. Non erano tanto i medici a invocare quarantene e cordoni sanitari, mai i funzionari politici. In primo luogo quelli conservatori o tradizionalisti, che additavano negli ebrei, negli stranieri o nelle persone strane dei possibili untori. Intanto in Europa si affermava da un lato l’idea che la libertà personale e quella economica fossero alla base della superiorità civile e della ricchezza degli stati liberal-democratici. I conservatori sospettavano che le epidemie si diffondessero sfruttando queste libertà, che si potevano salvare se le infezioni si attribuivano, invece che a parassiti invisibili, a condizioni locali di natura ambientale.
Lo storico della medicina Erwin H. Ackerknect sostenne in una famosa conferenza del 1948 che le risposte dei governi alle epidemie, tra fine Settecento e seconda metà Ottocento, erano basate sulle loro prospettive economiche e politiche. Ad esempio, i governi che favorivano le politiche economiche e le visioni conservatrici sceglievano di applicare questa mentalità al trattamento e alla prevenzione delle malattie. In altre parole, favorivano un approccio più attivo nel controllo mediante vaccinazioni antivaiolose obbligatorie, restrizioni e/o divieti su scambi sessuali o quarantene forzate, anche se queste misure significavano violare la libertà individuale o il commercio. I governi più liberali, d’altra parte, sceglievano misure più ambientaliste, come miglioramento dei servizi igienico-sanitari o vaccinazioni volontarie. Questi approcci più discreti erano usati per non ostacolare il commercio o violare le libertà personali. Un non meno famoso studio, pubblicato nel 1999 dallo storico e filantropo dell’Università della California Peter Baldwin, mostra che furono in realtà diversi i fattori che influenzarono i tentativi dei governi di controllare le epidemie. Era la minaccia esplicita di una particolare malattia a influenzare lo sviluppo dell’ideologia politica: strategie come cordoni militari e quarantene non erano sempre il prodotto di un governo “conservatore”, ma di regola delle nazioni più povere che non potevano permettersi i costi a lungo termine dei metodi ambientalisti.
Si deve anche tenere conto del fatto che le misure possono variare di efficacia a seconda della natura dell’agente infettivo. La quarantena funzionava con la peste, perché la malattia evolve nell’uomo entro 37 giorni e anche se i topi con addosso le pulci infette potevano comunque circolare, le pulci vivono in media due settimane e quindi si può interrompere il ciclo di trasmissione. Ma il colera si trasmetteva con l’acqua e la quarantena era utile solo se riguardava navi, mentre a terra serviva la sanificazione ambientale.
Di fronte alle argomentazioni secondo cui la quarantena era disastrosa in termini economici e commerciali, quando i danni del colera si ritirarono e quando le opinioni sull’eziologia cambiarono, i regimi europei autoritari iniziarono gradualmente a liberarsi degli aspetti più draconiani di quel sistema. All’estremità opposta della scala politica, stati ambientalisti più liberali come quelli nordeuropei indossavano armature di contenimento: sorveglianza, disinfezione, isolamento e/o ricovero in ospedale e terapia. Baldwin sostiene che la posizione fisica di un paese in relazione alla cronologia di un’epidemia, il commercio internazionale, il movimento di massa delle persone, l’emergere della batteriologia e l’esperienza cumulativa nel trattare le minacce epidemiche sono stati altrettanto importanti per queste trasformazioni quanto la colorazione politica dei regimi che li sovrintendevano.
Gilberto Corbellini
storico della medicina, direttore Dsu
(Dipartimento scienze umane e sociali) - Cnr
(Dipartimento scienze umane e sociali) - Cnr
La notizia della fine della globalizzazione è fortemente esagerata
Molti teorizzano che l’epidemia di Covid-19 determinerà una svolta epocale nel processo di globalizzazione: lo rallenterà e forse ne segnerà la fine. Dopo che la guerra commerciale con la Cina e la messa in atto di Brexit hanno suonato le campane a morto, la pandemia generata dal coronavirus inizierà il funerale vero e proprio. La globalizzazione sta morendo. Possibile? Certamente: la globalizzazione è un processo mutevole, frutto dell’evoluzione tecnologica e di decisioni economico-politiche. I sentieri seguiti sino a ora non avevano nulla d’inevitabile e cambieranno se un numero sufficiente d’esseri umani si convincerà che non conviene più camminare su di essi perché altri appaiono più convenienti. A oggi Africa e India hanno zero morti su meno di cento casi d’infezione; assieme fanno più d’un terzo della popolazione mondiale e, se proprio volete arrivare alla metà, aggiungeteci l’America latina. Praterie umane sterminate che il processo d’industrializzazione ha solo iniziato a toccare. La globalizzazione non dipende dalla Cina ma, piuttosto, è la Cina che dipende dalla globalizzazione. Farà tutto il possibile per continuare a parteciparci. Più utile chiedersi quali saranno le conseguenze materiali della pandemia e come esse possano influenzare il commercio internazionale e il movimento di persone nell’emisfero nord del pianeta. Alcuni effetti di tipo culturale li abbiamo già visti: la tolleranza delle élite urbane cinesi per gli antichi costumi alimentari e sanitari del proprio popolo è drasticamente diminuita. Questo comporterà presto – con le buone o, come nel caso del riscaldamento a carbone nelle città, con le cattive – cambiamenti radicali.